Bene, le pistole allora le porto io”. È tutto il viaggio che Gilbert Arenas e Javaris Crittenton si stanno prendendo in giro. Una querelle cominciata, in modo scherzoso, durante una partita di Boo-Ray. La vita di una franchigia NBA è costituita da innumerevoli viaggi, infinite trasvolate da un lato all’altro degli Stati Uniti. E il tempo, in qualche modo, bisogna farlo passare. Uno degli svaghi più diffusi, nei viaggi dei Washington Wizards, è proprio il Bourré, o Boo-Ray. E spesso, come in ogni gruppo che si rispetti, non mancano le provocazioni, le insinuazioni, le bonarie prese in giro. Solo che quel giorno, Gilbert Arenas e Javaris Crittenton travalicano i confini del buonsenso e dell’amichevole sfottò.

Notato il crescente nervosismo del compagno di squadra, Gilbert si lascia andare alla provocazione finale, mostrando per l’ennesima volta quel suo lato oscuro fuori dal campo. “Javaris, darò fuoco alla tua macchina, con te dentro. Poi prenderò un estintore e verrò a spegnerti le fiamme da sotto il culo”. “Ed io ti sparerò, dopo”. “Bene, le pistole allora le porto io”. Pochi giorni dopo, la resa dei conti. Arenas porta quattro pistole scariche nello spogliatoio, le appoggia una in fila all’altra davanti a Crittenton e gli dice di sceglierne una. Sarà quella con cui gli sparerà nel culo, chiudendola una volta per tutte. Crittenton non si fa pregare, estrae la sua pistola, carica, e gliela punta in faccia. Non viene sparato nessun colpo, ma la misura è colma. Entrambi i giocatori verranno squalificati dalla NBA per un anno. Più che una resa dei conti, è la sliding door di una carriera. Un punto di non ritorno. Uno di quei momenti in cui premere il tasto “stop”, perché non sia solo un bruttissimo episodio come questo a restare impresso per sempre nella mente degli appassionati.

Gilbert Arenas nasce il 6 gennaio del 1982 a Tampa, in Florida. E la sua storia, all’inizio, non si discosta così tanto da molte delle vicende umane degli Stati Uniti, con protagonisti atleti afroamericani. Una storia di difficoltà, ostacoli, mancanza di lavoro e prospettive. Mancanza di ambizioni e sogni. La mamma non può prendersene cura, il piccolo Gilbert viene affidato al padre. Complici le comparsate dell’uomo in Miami Vice, serie tv cult dell’epoca, i due sono costretti a trasferirsi a Los Angeles. Non esattamente una città ospitale e accogliente. E l’unica opzione, le prime notti californiane, è quella di dormire in macchina. La vita di Gilbert Arenas comincia dai bassifondi, e attraverso i bassifondi si svilupperà, costringendolo sempre a partire da zero, sfidando i giudizi delle persone e la mancanza di fiducia nei suoi confronti.

Dopo le prime esperienze alla St. Grant High School, Arenas sceglie l’Università di Arizona. Ma aleggia, attorno a lui, una strana aria: nonostante le sue indiscutibili qualità e la sua encomiabile etica del lavoro, nonostante la tecnica, la grinta e la devozione verso il gioco, lo accompagna sempre una sensazione di scetticismo da parte degli addetti ai lavori, una diffidenza difficile da giustificare. Uno come lui è sempre costretto a partire da zero, a conquistarsi tutto con fame e sacrificio, sudore e lacrime. Uno come lui non può che scegliere la casacca numero 0.

Assieme a Gilbert, ad Arizona, arrivano, tra gli altri, pure Richard Jefferson e Luke Walton. Tra le sapienti e sagge mani di coach Lute Olson, i Wildcats si affermeranno come una delle squadre da battere. Ma tra infortuni e inesperienza, l’inseguimento si rivelerà sempre vano. Il primo anno sono i Badgers di Wisconsin ad interrompere il sogno, mentre il secondo, in finale, risultano fatali i Duke Blue Devils di Jay Williams e Shane Battier, allenati da Coach K, Mike Krzyzewski. Al termine della stagione 2001, è giunto il momento del grande salto. Gilbert Arenas si rende eleggibile al Draft NBA.

Ma, fin dall’inizio del sogno, arriva subito il momento di fare i conti con la mancanza di fiducia, di lottare contro lo scetticismo altrui. Arenas viene scelto solamente alla numero 31 dai Golden State Warriors, una franchigia con ben poche ambizioni. Soprattutto, è costretto ad assistere dalla panchina alle prime quaranta partite stagionali. La sua soluzione è una sola: lavorare duramente. Per migliorare, farsi trovare pronto al momento giusto e sfruttare la chance, quando sarebbe arrivata. E l’occasione arriva, travestita dal ruolo di playmaker, non propriamente quello a lui più congeniale. Ma Gilbert Arenas non ha tempo per pensarci e valutare, per lamentarsi e declinare l’offerta.

Cento di queste stagioni - Gilbert Arenas - Basketinside.com

30 partite. Un lasso di tempo sufficiente per affermarsi come play titolare per la stagione successiva. Una stagione giocata ad oltre 18 punti di media e culminata con il premio di Most Improved Player. Una stagione che ha definitivamente lanciato la sua stella nel grande basket. Un’annata in cui Gilbert Arenas ha dimostrato a tutti di valere molto più di 0. È nato l’Agent Zero. Arenas si trasferisce ai Washington Wizards, che gli offrono un contratto faraonico. Sono stagioni esaltanti: dopo un primo anno interlocutorio, al secondo viaggia a 26 punti di media e al terzo arriva la consacrazione, con 29 a sera. Ci sono anche tre apparizioni consecutive all’All-Star Game. E il 17 dicembre 2006 arriva la sua miglior prestazione in carriera, con 60 punti (di cui 16 all’overtime) stampati in faccia all’amico Kobe Bryant e ai suoi Lakers.

I Wizards, però, nonostante le grandi prestazioni di Arenas e una squadra all’altezza, non riescono mai a compiere il definitivo salto di qualità. Il sogno di conquistare un anello diventa sempre più una chimera, mentre nell’animo del numero 0 comincia a farsi strada, in modo sempre più prepotente, quel suo lato oscuro e inquieto. Scherzi di cattivo gusto ai compagni, rapporti complicati con gli allenatori, il “trash talking” a fare costantemente da sfondo. Fino al fattaccio, le quattro pistole nello spogliatoio, il punto di non ritorno.

Dopo la squalifica, Gilbert Arenas prova a ripartire. Tra il 2010 e il 2012, con le maglie di Orlando e Memphis, gioca però pochissimo, senza mai neanche lontanamente avvicinare i sontuosi livelli raggiunti nella capitale. Non indossa più nemmeno l’iconico numero 0. Il mesto, malinconico passo d’addio è in Cina, tra le fila degli Shanghai Sharks.

Gilbert Arenas starts coaching youth basketball, credits Kobe ...

Gli ultimi anni della sua vita, invece, sono caratterizzati dal tentativo di tornare alla normalità. Ma per un personaggio come lui, probabilmente, la normalità non esiste. Vince 300.000 dollari alla lotteria grazie, dice lui, alla benedizione di un senzatetto; conduce un podcast; tenta di giocare, senza troppa fortuna, nella Big3 di Ice Cube. Da qualche mese, però, ha intrapreso un nuovo percorso, allenando l’Under 14 della Cavs Youth Basketball. È per onorare la promessa fatta qualche tempo fa ad un amico che non c’è più, quel Kobe Bryant contro il quale Gilbert Arenas, l’agente zero, realizzò la propria miglior prestazione in carriera. Quando, una fredda sera di dicembre, dimostrò a tutto il mondo del basket di valere molto più di zero.

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