Non è la scelta di Josip Ilicic incomprensibile per il mondo ma Josip Ilicic in persona. E in una società dove una persona fragile è un bug nell’incedere frenetico delle cose c’è qualcosa da rivedere. 

”Se ti fermi poi è più difficile ripartire”

Era una frase che si diceva spesso durante la campestre ai tempi della scuola. Il mondo, così come lo abbiamo visto negli ultimi mesi, non si era mai fermato. È stato come quando l’autobus inchioda all’improvviso per schivare un passante e tu sei lì, sovrappensiero, che ti senti sicuro per abitudine e non ti aggrappi alle maniglie. Succede in un attimo: perdi l’equilibrio, cadi e ti rialzi velocemente per la vergogna. Ecco perché non riusciamo a comprendere Josip Ilicic, se cadiamo ci sentiamo in soggezione e ci rialziamo per non vedere gli altri ridere non perché a terra abbiamo fatto il nostro tempo. Lui ha deciso di rialzarsi per sé stesso quindi con calma, non frettolosamente, racimolando quanto caduto dalla borsa e toccandosi il ginocchio per scendere alla prima fermata utile.

Non abbiamo il diritto di giudicare lo sloveno ma il dovere di provare a comprenderlo sì. Rinunciare alla Champions League, al palcoscenico più ambito da ogni calciatore o aspirante tale, sembra un’assurdità sopratutto guardando la Dea, la cenerentola più bella degli ultimi anni. Non la scelta ma il fatto che ci sorprenda è un problema. La necessità di ritrovare quel po’ di consuetudine più che di normalità ci ha fatto tralasciare le persone  e il personale. Josip Ilicic ci sta ricordando che siamo umani, troppo umani. 

Ilicic

Da dove viene la magia del calcio? Anche dai piedi raffinati del numero 72 dell’Atalanta certo, ma tutto nasce dal fatto che chi va in campo è esattamente uguale a chi guarda da casa o sugli spalti.  Pensare che quello che ci fa gioire e soffrire come tifosi passa nella testa e nelle gambe di persone come noi, fragili, forti, estroverse, timide, esuberanti, rigorose, silenziose, testarde, ambiziose, ironiche, diverse e vere è strabiliante, più che altro perché nessuno ci pensa mai.  

Il mestiere di vivere

Guardare al calcio solo come ad un prodotto, come se fosse completamente altro e altrove, è come guardare un mago e fingere di non credere che non ci siano trucchi; a volte è automatico ma solo perché riflettere è faticoso. Josip Ilicic ha rallentato nell’anno in cui la sua squadra gioca a ritmi altissimi, ha rallentato nell’anno in cui il mondo gira a velocità elevata, ha rallentato e basta perché il suo mestiere  è vivere ancor prima del resto. Il calcio è solo un capitolo da scrivere, non tutto il libro e, a volte, può capitare che ci siano barriere più insidiose da aggirare, porte più strette in cui far gol e nessuna partita di ritorno per sperare nel miracolo. 

A volte sarebbe bello poter fare panchina anche nella vita. A presto, Josip.

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