«La conferma di Pioli al Milan è meritata, anche per la persona che è: l’ho apprezzato nelle interviste, sempre concentrato sugli obiettivi. La sua squadra è stata la migliore post coronavirus: cambiare allenatore non sarebbe stato saggio, né rispettoso. Se poi è la scelta giusta nel medio e lungo termine, è un’altra questione».

Parole diplomatiche ma con una punta finale di veleno, quelle rilasciate, tra le altre, da Ralf Rangnick alla Gazzetta dello Sport. L’ormai ex direttore sportivo del Lipsia ha sollevato un dubbio che, in fondo, tutti i tifosi milanisti e non solo si sono posti. Ovvero se sia stata la scelta giusta continuare con Stefano Pioli come allenatore o se fosse necessaria una ventata di cambiamento richiesta da una visione più di lungo periodo.

Nel secondo caso, sarebbe stato proprio Rangnick l’uomo del nuovo corso, come confermato dal tedesco stesso nell’intervista alla rosea. Il suo progetto sarebbe ruotato attorno a una politica di alleggerimento delle spese sul mercato per comprare giovani talenti da forgiare in casa nel corso degli anni. Un modello che il tedesco ha già applicato con successo al Lipsia, ma al quale la dirigenza del Milan ha voltato le spalle preferendo continuare il matrimonio, fin qui soddisfacente nel complesso, con Pioli.

I principali meriti della risalita dei rossoneri nella seconda parte di stagione, però, non sono da attribuire solo a Pioli, ma anche al ”vecchietto” Zlatan Ibrahimovic. L’impatto di Ibra sulle prestazioni e sui risultati della compagine rossonera è stato evidente, come avevamo previsto. Da quando lo svedese ha fatto ritorno in terra meneghina il Diavolo ha schiacciato l’acceleratore. Addirittura, dopo il lockdown, il Milan è la squadra che ha ottenuto più punti in Serie A.

La dirigenza rossonera ha quindi deciso di rinnovargli il contratto e ora le parti stanno trattando, con Ibra e Mino Raiola che chiedono 7 milioni di stipendio mentre la società ne offre 5. La trattativa, con buona probabilità, si concluderà con esito positivo, ma fa riflettere il fatto che il Milan sia costretto a inseguire le esose richieste di un giocatore che, per quanto determinante, rimane pur sempre un 38enne prossimo allo spegnimento di 39 candeline.

derby

La scelta del Milan di puntare ancora su Ibrahimovic va interpretata. Sarà la figura attorno a cui ruoterà tutta la squadra e con cui si pensa di risolvere ogni problema, o solo la punta di diamante di una rosa che dovrà ancora essere puntellata per essere competitiva anche nel medio e lungo termine? O ponendo la domanda in maniera diversa, ma equivalente: il Milan ha scelto di continuare con Stefano Pioli perché crede davvero in lui per portare avanti un progetto a lunga scadenza, o perché, con Rangnick al suo posto, Ibra sarebbe andato via?

A questa domanda non è possibile rispondere ora. Ne sapremo di più in futuro. Ma se la conferma di Pioli è stata dettata dai “capricci” di Ibrahimovic e non dalla piena fiducia che la società nutre nei confronti del tecnico anche nel lungo periodo, permetteteci di dire che si tratterebbe dell’ennesima scelta poco lungimirante presa dal Milan in questi anni. Non perché Pioli sia un allenatore meno bravo di Rangnick (francamente è impossibile fare un paragone tra due tecnici che hanno operato in contesti completamente diversi).

Pioli ha portato risultati concreti sul campo e ha meritato il prolungamento. Il problema è che Ibra non durerà in eterno, anzi è molto probabile che la stagione 2020/21 sarà la sua ultima in Italia se non addirittura in carriera. Se dunque l’addio dello svedese dovesse portare anche alla separazione con Pioli, la società avrebbe ritardato il cambiamento drastico che aveva in mente di attuare. Finirebbe poi per scegliere un simil-Rangnick (o, perché no, Rangnick stesso) e avrebbe soltanto perso un anno di tempo sulla tabella di marcia.

Tuttavia, c’è un fattore che non abbiamo ancora menzionato e che potrebbe rendere vincente la scelta della società di puntare tutto sul breve periodo: la qualificazione in Champions League. Il raggiungimento di questo traguardo darebbe ampio respiro economico alle casse del Milan, e gli restituirebbe il prestigio e l’appeal che lo hanno contraddistinto in passato. L’accesso alla massima competizione europea per club sarebbe finalmente lo step in avanti che i rossoneri devono compiere per aprire un nuovo ciclo.

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Resta che il fatto che si tratta di un obiettivo difficile e, almeno sulla carta, il Milan è indietro rispetto alle concorrenti. La Juventus e l’Inter rimangono nettamente superiori sul piano dell’organico, l’Atalanta e la Lazio sono realtà consolidatesi nel corso degli anni e la Roma è comunque un avversario da tenere in considerazione. Tutto ciò senza dimenticare che il Napoli l’anno scorso, dopo aver ottenuto quattro qualificazioni in Champions di fila, si è preso una sorta di anno sabbatico, ma la rosa e le risorse per competere ai piani alti della classifica ce le ha.

Il Milan ha mostrato grandi progressi negli ultimi mesi ma le particolari condizioni in cui si è tenuta la parte conclusiva del campionato potrebbero aver mescolato un po’ le carte. Per cui sarà compito della dirigenza valutare se affidare il proprio destino interamente a Ibra o rinforzare a prescindere una rosa forse ancora non all’altezza del vero grande obiettivo.

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