Era il 13 luglio 2016 quando Chris Paul, LeBron James, Dwyane Wade e Carmelo Anthony salirono sul palco agli ESPYS dando il loro messaggio fortissimo contro il razzismo e la violenza dilagante negli states. A quattro anni di distanza nulla è cambiato. Questa volta il basket ha deciso di fermarsi e la protesta NBA potrebbe diventare un esempio in tutto il mondo.

Sono circa le 22 italiane quando, a pochi minuti dall’inizio della partita contro i Magic, i Milwaukee Bucks sono chiusi in spogliatoio. Nemmeno i dirigenti NBA vengono fatti entrare. Sta maturando una decisione storica: i giocatori vogliono boicottare la partita. A ruota si uniscono moltissimi giocatori delle altre squadre. La lega, da sempre impegnata sui temi sociali (basti pensare ad esempio al ban di Sterling), rinvia tutte le partite e a ruota segue la WNBA.

Perché fermarsi? Perché “enough is enough“. E lo è da troppo tempo ormai. Quattro anni fa sono stati Alton Sterling e Philando Castile. Oggi George Floyd e Jacob Blake. E sappiamo solo dei casi documentati. Probabilmente nessuno sport al mondo è democratico come il basket, dove non importa sei sei LeBron da Akron, Luka dal Lubiana o Yao dal Shanghai, puoi essere una superstar se hai talento. Qualunque sia il colore della tua pelle, la tua nazionalità o la classe sociale, la tua possibilità, se hai le capacità e lavori sodo le hai. Una lega in cui questi valori sono così importanti deve fermarsi, mandare un messaggio ancor più forte rispetto a quelli mandati sinora e stimolare un intervento più deciso delle istituzioni, che paiono far finta di nulla in maniera colpevole, ed evitare la scia di violenze di chi è stremato da questa situazione che dura da troppo tempo. Enough is enough. 

Non è politica e chi è del partito del “shut up and dribble” è parte del problema. Il razzismo non è un problema politico, ma sociale. La lotta per i diritti civili, contro la profilazione razziale, per giustizia ed uguaglianza nel 2020 devono prescindere dall’idea politica. Carlos, Smith, Muhammad Ali, Owens, Jabbar. Sono alcuni dei grandissimi sportivi del passato che hanno preso posizione e oggi i grandissimi non si possono tirare indietro. Troppo grande la loro visibilità, in un mondo così social e globalizzato, e troppo importante il problema.

Protesta NBA

Perché i Milwaukee Bucks? Perché questa volta è toccato al Wisconsin, perché c’è chi come Sterling Brown è stato vittima della profilazione razziale, perché veterani come Hill e Korver hanno piena coscienza del loro ruolo nella società. In un clima già pesante, in un momento storico così importante, alla luce di ciò che è successo nel loro Stato era quasi naturale che fossero loro i primi a dire “dobbiamo fermarci”. E con loro, senza esitazione, si sono schierati tutti: NBA, proprietari, giocatori. Addirittura i giocatori di Lakers e Clippers sembrano non voler riprendere e chiedono un intervento ancor più deciso dei proprietari. La protesta NBA non si ferma e non si fermerà!

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