L’atmosfera che si respira a Londra in un sabato pomeriggio di Premier League, auguro di viverla ad ogni essere umano un minimo interessato alla causa. La capitale inglese è la città con più squadre professionistiche al mondo. Sono ben 12 i football professional teams che rappresentano la città, e ben sei partecipano al massimo campionato nazionale 2020-2021. Nel sud di Londra gioca e si tifa Crystal Palace. Il vanto delle Eagles, è quello di avere la tifoseria più rumorosa di tutta la Premier. I Glaziers, ovvero i “lucidatori”, nome che deriva dall’impegno degli operai di Bromley e Croydon a lucidare l’enorme serra di Joseph Paxton, ribattezzata appunto palazzo di cristallo (Crystal Palace), utilizzano ancora i tamburi allo stadio per incitare i propri giocatori.

L’est di Londra è rappresentato in primis dal West Ham, che gioca le partite le partite al Queen Elizabeth Olympic Park; impianto che sorge nel cuore di Stratford, a ridosso del centro commerciale più grande della città. Inaugurato per le olimpiadi del 2012, ha dato lustro ad una zona che con la costruzione del centro commerciale e dello stadio ha radicalmente cambiato volto in pochissimo tempo.

Il sud-ovest borghese della città, dove le persone girano con Lamborghini e mangiano in ristoranti stellati, ospita Fulham e Chelsea. Craven Cottage, casa del Fulham, ha la tribuna Riverside, che sorge sul Tamigi.  Nel marzo del 2020, il proprietario del club Shahid Khan ha acquistato una parte dell’area fluviale attorno allo stadio. Ben 5, degli 80 milioni destinati alla modernizzazione dell’impianto, saranno utilizzati per l’allungamento ed il rialzamento della Riverside. Il Chelsea, notoriamente la squadra della Londra ricca, ha Stamford Bridge come tana. L’avvento di Roman Abramovich ha reso l’area circostante lo stadio fruibile anche di sera, con la costruzione di Hotel a 4 stelle, bar e ristoranti.

Nel nord di Londra, Tottenham e Arsenal sono di fatto le due squadre storiche di questa zona. Il Tottenham rappresenta il nord-est di Londra, zona in cui all’inizio del Novecento si concentrò l’immigrazione ebraica nei quartieri dell’East End poco lontani da White Hart Lane. L’Arsenal è la squadra più tifata dagli abitanti della capitale Inglese. Fino al 2006 ha giocato le gare casalinghe ad Highbury Park, per poi spostarsi a 500m di distanza, all’Emirates Stadium. In questo contesto, in un sabato di Premier, se vi imbattete per le strade e le metro di questa città, con molta probabilità vi potreste imbattere con folle di tifosi pronti ad andare a sostenere la propria squadra.

Il 7 maggio 2006, giorno in cui L’Arsenal ha lasciato Highbury Park, rappresenta un decisivo spartiacque per la storia del club; è come se l’aura magica che avvolgeva gli uomini di Wenger, da quel momento in poi fosse venuta meno. Era il tempo dove i Gunners erano ancora freschi dell’etichetta The invincibles, gli invicibili, e venivano da una finale di Champions League persa. La stagione 2003-2004 aveva regalato agli appassionati una fantastica pagina di sport, con l’Arsenal capace di finire un campionato senza mai subire sconfitte; Vieira, Bergkamp, Henry e Pires sono solo alcuni nomi di quel fantastico gruppo. Le aspettative che i media, i tifosi e gli sponsor riponevano sull’Arsenal erano altissime, e la dirigenza optò per una serie di investimenti sulle strutture. Prima fra tutte la costruzione del nuovo impianto da gioco.

L’Emirates Stadium sorge a circa 500 metri di distanza dal vecchio Highbury Park, ed è raggiungibile dalla fermata della Piccadilly Line denominata proprio Arsenal. Lo stadio è una meraviglia architettonica; costato 390m£, può ospitare 60260 persone ed ospita le gare che il Brasile gioca in Europa.  L’Arsenal sperava di incrementare il fatturato e chiudere il gap con i nemici di sempre del Man Utd. Ma la crisi finanziaria del 2007/, ed il fallimento della Lehman Brothers, portò i Gunners verso un indebitamento di 260m€.

Arsenal

Come già detto, da quel 7 maggio 2006, l’incantesimo che avvolgeva l’Arsenal sembra svanire, ridonandoci una squadra per certi versi più umana, piuttosto che imbattibile. Wenger alla guida dei bianco-rossi, passa sei stagioni senza alzare alcun trofeo, ma lavorando sul vivaio del club, mirando a far maturare i giovani per poi cederli. Ovviamente, se questa politica paga sotto il punto di vista del bilancio, spesso collide con il puntare a vincere; la poca dose d’esperienza dei ragazzi non fece bene all’Arsenal nei momenti decisivi. Il primo trofeo all’Emirates arriva nella stagione 2013-2014, con l’Arsenal che vince la sua undicesima FA CUP.  Wenger rimarrà sulla panchina dell’Emirates fino alla stagione 2017-18, concludendo la sua esperienza a Londra con la vittoria del Community Shield ed una semifinale di Europa League.

Il 23 maggio 2018, l’Arsenal sceglie Unai Emery come successore del Francese con l’obiettivo chiaro di riportare la squadra in Champions League e ridurre il gap con le prime della classe entro due stagioni. Dopo il matrimonio con Wenger, la dirigenza biancorossa cercava più una soluzione a breve termine, che fungesse da cuscinetto dopo un rapporto così lungo. Arsene aveva instaurato un rapporto assolutistico con i giocatori e con la dirigenza del club, giustificato dalla longevità della sua esperienza a Londra e dai poteri che aveva maturato anno dopo anno. I Gunners scelsero Emery anche per poter riappropriarsi del potere decisionale che negli ultimi tempi era venuto a mancare, appunto per la presenza del francese. Il basco arrivava ancora con le cicatrici della notte in cui fu eliminato dal Barcelona con il suo PSG dopo il 4-0 dell’andata. La stagione 2018-19 è stata una stagione tranquilla; nata e terminata sotto i migliori auspici con una squadra che è arrivata quinta in Premier ed ha perso, nettamente, una finale di Europa League. Emery ha perso il timone della nave all’inizio della stagione 2019-20, nel momento in cui era chiamato a dare una sua impronta alla squadra.

La rivoluzione iniziò con entusiasmo ed oltre 100m£ investiti nella campagna acquisti; presto però i problemi comunicativi che aveva il basco con il resto della squadra vennero a galla. L’Arsenal cominciò la pre season pressando alta, ed uscendo palla a terra; dopo 2 mesi si ritrovò a giocare con 5 difensori, con Ozil fuori squadra e con una palla lunga(ed un ave Maria) verso Lacazette ed Aubameyang. Tutto il lavoro fatto da Wenger sembrava essere svanito nel nulla, come se la già pochissima consistenza dell’Arsenal si fosse dissolta del tutto.  La confusione regnava sovrana in uno spogliatoio che neanche aveva un capitano e che interagiva più con l’allenatore in seconda Freddie Ljungberg, visto lo scarsissimo livello d’Inglese di Emery. Proprio lo Svedese, dopo i 18 punti in 13 partite ed il conseguente esonero del basco, guidò la squadra fino al 20 Dicembre. Il percorso fatto dal basco assomiglia a quello fatto da Moyes sulla panchina dello United. Nel mondo del calcio, specialmente in quello della Premier, le soluzioni cuscinetto si sono rivelate essre controproducenti.

Arsenal

Lo stesso giorno, Mikel Arteta, l’allora assistent coach di Pep Guardiola al Manchester City ed ex giocatore dei Gunners, fu scelto per ristabilire ordine e ridare entusiasmo ad una squadra che sembrava scarica e stufa della confusione che aveva fatto Emery. Mikel, vinse il ballottaggio con Pochettino e Allegri; l’Argentino aveva con se la macchia di aver allenato gli storici rivali del Tottenham, mentre Max sembrava più indirizzato ad aspettare gli sviluppi della panchina del Man Utd. Mikel Arteta, poliglotta con oltre cinque lingue parlate fluentemente, fu accolto con il solito scetticismo iniziale dai tifosi; scetticismo giustificato dalla poca esperienza come allenatore che aveva accumulato e dal profondo stato depressivo in cui i fans dell’Arsenal stavano vivendo.

Mikel Arteta però, nella sua prima stagione da head coach, e non ancora da manager, portò la squadra ad un ottavo posto in campionato. Ma sopratutto fece tornare l’Arsenal a vincere un trofeo come la FA Cup, che da sempre nel Regno Unito ha una valenza storica. Sin dalla prima stagione il tecnico ha da sempre messo al centro i principi di gioco, dando ai bianco-rossi quello che non è riuscito ad Emery, ovvero un’identità chiara di gioco, fatta di fraseggi stretti riconoscibili. La trappola che tende l’Arsenal ai suoi avversari suona come un Leitmotiv atto a creare delle situazioni di gioco in cui Aubameyang possa esprimere tutte le sue caratteristiche peculiari, quali la velocità, lo smarcamento e la finalizzazione. E l’Arsenal spesso segna proprio così, ingolosendo gli avversari con un giro palla basso, per poi sovraccaricare un lato e cercare il Gabonese sul lato cieco. Tutto il pacchetto arretrato gioca un ruolo fondamentale nella fase di prima costruzione, con il portiere che interpreta il ruolo più come un portiere di movimento di calcio a 5, e che quindi costruisce insieme ai centrali difensivi. Il sistema proposto da Mikel Arteta è un sistema fluido, pronto a modificarsi ad ogni evenienza, spostando l’attenzione sull’interpretazione situazionale e sui principi, piuttosto che sul sistema stesso.

Arsenal

La vera impresa del tecnico, e rappresenta una rivoluzione culturale prima che tattica, è stata quella di schierare i Gunners con una difesa a 3. L’Arsenal post lockdown è stata una squadra viva, con un indole ribelle, ma con un’anima pop. La vittoria del Community Shield sul Liverpool, e della FA Cup eliminando il City in semifinale, e sconfiggendo il Chelsea di Lampard in finale, testimonia il lavoro fatto dal tecnico anche a livello mentale sui suoi giocatori. I fantasmi di Paul di febbre a 90, almeno ad oggi, sembrano quanto meno lontani. “Certo, tipico dell’Arsenal, ce ne servono due e ne fanno uno giusto per farci arrapare!” (Paul) [dopo la prima rete dell’Arsenal al Liverpool]

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