Cosa può offrire lo sport di più affascinante rispetto a quanto abbiamo visto alla Planche des Belles Filles? Cosa chiedere di meglio rispetto a due uomini chiamati a misurarsi – soli seppur in mezzo a migliaia di altri cuori pulsanti – con il proprio destino? Cosa può appagare più del trionfo di un giovane predestinato, unico sfacciato e testardo a non deporre le armi davanti al dominio del Team Jumbo? Unico a provare, nei venti giorni precedenti, a insidiare una squadra così forte da riportare alla mente US Postal e Team Sky, con il loro controllo scientifico e perché no, quel velo di antipatia che tutti i vincenti per diritto divino portano con sè. È stato facile, a essere onesti, fare il tifo per Pogačar e il suo sogno impossibile.  

C’è un momento preciso in cui ho smesso di pensarla così. Un momento in cui le mie emozioni sono radicalmente mutate. Quando, ai -4 dall’arrivo il vantaggio di Roglič è passato – sotto lo sguardo attonito di Dumoulin e Van Aert  – dal verde al rosso, mi è parso di ricevere un pugno allo stomaco. L’esaltazione per l’impresa che si stava compiendo sotto i miei occhi ha lasciato spazio all’umana compassione per lo sconfitto. L’eccitazione per un ribaltone da consegnare alla storia, che in altri momenti – penso ad Armstrong, ma anche a Froome – mi avrebbe fatto saltare sul divano, è di colpo scemata in favore di una totale identificazione con il capitano della Jumbo-Visma e con il suo calvario.

Roglic

Lo sguardo sempre più spento, la grazia e la compostezza in sella di un cronoman formidabile scomparse ormai da tempo. La consapevolezza, metro dopo metro, di essere sul punto di entrare nella Storia del Tour dalla parte sbagliata. Non è certo la prima volta che vedo concretizzarsi una débâcle inattesa, il crollo di chi sembrava inattaccabile. Ma questa volta ho compreso perché mi abbia fatto così male.

Il punto è che nella vita – nella vita di noi comuni mortali – capita assai più spesso di essere Rogla, rispetto a quanto ci venga concesso di essere Tadej. E nella sconfitta c’è sempre molta più umanità di quanta se ne possa trovare nella vittoria, per quanto dirompente, esaltante e leggendaria essa sia. A maggior ragione nel ciclismo, fedele rappresentazione di tutte le virtù e le miserie di questa esistenza. A maggior ragione se a cadere è sì un campione, ma non uno che – come il suo giovane amico rivale – sembra nato per calpestare il gradino più alto del podio. Bensì un fuoriclasse che ha dovuto costruirsi e conquistarsi ogni metro della sua ascesa. Un fuoriclasse caduto, ma che da ieri ha un tifoso in più.

 

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