Se andassimo a controllare le previsioni antecedenti l’inizio della stagione, rimarremmo sorpresi nell’accorgersi che nessuno aveva puntato un centesimo sui Toronto Raptors. Dopo la fenomenale cavalcata della stagione precedente, Kawhi Leonard ha preparato le valigie direzione Los Angeles Clippers. Anche Danny Green, componente fondamentale nel marchingegno progettato da Nick Nurse, ha deciso di abbandonare il Canada. Era quindi molto pretenzioso sostenere che Toronto potesse replicare il sublime successo della scorsa annata, a detta di molti anche solo conquistare un biglietto per i Playoff sarebbe stata un’ascesa in Paradiso. 

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Flashforward al giorno d’oggi: i Toronto Raptors preparano le valigie in seguito alla sconfitta contro i Boston Celtics. Tuttavia, la suddetta partita non è stata un normalissimo appuntamento di regular season, bensì Gara-7 delle semifinali di Conference a cui si sono qualificati da secondi del seed. Ma l’epilogo non deve cancellare l’impresa, la battaglia, il sorpasso delle aspettative: da probabile 6°/ 7° seed a nuovamente contender.

La magia è nata dal genio di Nick Nurse. Vice-allenatore dei Raptors dal 2013, il front office di Toronto decide di offrirgli il posto da head coach, scelta azzardata dato il roster con evidenti aspirazioni al titolo. Il risultato è però stupefacente: Nurse trascina i Raptors al secondo posto in regular season per poi arrivare a giocare le Finals e liquidare i campioni in carica dei Golden State Warriors in 6 partite, ottenendo il primo storico titolo della franchigia. Al primo anno da capo allenatore. Un’annata da predestinato che si riconferma nella successiva. Crede nel talento di Siakam e gli affida le chiavi della squadra, dà spazio a giovani come OG Anunoby, Terence Davis e Chris Boucher e prepara game-plan cristallini e minuziosi. Seconda seed ad Est, posizionamento replicato con persino una percentuale di vittorie superiore.

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Dopo la partenza di Kawhi c’è un buco da riempire, sia nella metà campo offensiva che in quella difensiva. Ma per una squadra appena laureatisi campionessa non è altro che un ulteriore ostacolo sulla retta via: appena la notizia della firma di Leonard per i Clippers diventa di dominio pubblico, Lowry e VanVleet parlano con Nurse e fanno sapere senza mezzi termini che la rosa è pronta a prendere i 30 tiri in più che prima appartenevano a The Klaw. La tavola è apparecchiata per la fioritura di una nuova star e non ci sono dubbi su chi sarà il prossimo tulipano a sbocciare: una cavalcata da secondo violino accompagnata da dei tiri importantissimi nella serie finale incoronano Pascal Siakam.

Dominante nelle penetrazioni, nelle conclusioni vicino a canestro e soprattutto in transizione, conquista la sua prima partecipazione (da titolare!) all’All Star Game. All’arrivo dei Playoff i suoi limiti vengono però messi in luce: appena si scontra con una difesa organizzata e prolifica come quella dei Celtics viene costretto a prendersi più tiri da fuori rispetto alle sue abitudini, segnandoli a percentuali bassissime e forse costando ai dinosauri la serie. Ricordiamo che Pascal ha appena concluso la sua quarta stagione in NBA: cosciente dei particolari in cui deve migliorare, ritornerà l’anno prossimo ulteriormente maturo e pronto a guidare la sua squadra fino in fondo

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Chi invece non ha sfigurato sul grande palcoscenico è Kyle Lowry, che sebbene non sia più fresco come una rosa (34 anni lo scorso marzo) non ha pudore nel buttarsi su ogni pallone, difendere allo sfinimento e presentarsi senza preoccupazioni all’appuntamento con il momento decisivo. Si mette individualmente sulle spalle i Raptors, li anima e li trascina a una gara-7 contro i Celtics in cui, se non fosse costretto a uscire dal campo per falli, avrebbe forse conquistato il pass per le finali di Conference. Il suo contratto scade al termine della prossima stagione, ma per il giocatore anima di Toronto i dubbi sulla permanenza fino al momento di appendere le scarpe al chiodo sono pochi.

Simile discorso per Fred VanVleet, entrato a pieno effetto nel quintetto titolare dopo una stagione da riserva di lusso, senza mostrare alcuna difficoltà nel prendersi maggiori responsabilità offensive e difensive. A differenza del suo compagno di reparto, potrebbe aver già giocato la sua ultima partita con la maglia dei Raptors, dato che il contratto che lo legava al team ha raggiunto la scadenza prefissata: Fred potrebbe mirare ad uno stipendio da più di 20 milioni all’anno, che la franchigia canadese presumibilmente non sarebbe in grado di offrirgli.

Anche Serge Ibaka e Marc Gasol sono parte della free agency class del 2020: per il primo le pretese sono le medesime di VanVleet, potrebbe andare in cerca di un contratto sostanzioso e accasarsi lontano dal Canada; mentre girano voci che il secondo stia considerando seriamente un ritorno in Europa, dopo l’evidente meccanicità nei movimenti durante i Playoff che non risulterebbe appetibile ai GM NBA. Il resto del core può ancora dormire sonni tranquilli, in quanto sotto contratto per almeno un’altra annata: a meno di trade improbabili OG Anunoby, Norman Powell e Terence Davis saranno ancora parte dello spogliatoio grazie al loro solido apporto alle rotazioni.

Dopo aver sorpreso il mondo intero con l’ottenimento di risultati superiori alle aspettative, per il congegno perfetto dei Toronto Raptors ideato dallo scienziato Nurse è ora di riposarsi e prendere delle decisioni fondamentali in vista della prossima stagione. Il cast potrà subire delle variazioni, ma le stelle sono in ricerca della conferma e, chissà, in un mondo imprevedibile in cui tutto può succedere, anche un ulteriore passo in avanti. Perchè se c’è una lezione che i Raptors ci hanno insegnato è che non bisogna mollare, anche quando nessuno ci crede veramente: mai sottovalutare il cuore di un campione.

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