Il Tour de France 2020 è terminato da meno di una settimana e gli appassionati sono ancora in estasi per la vittoria clamorosa dello sloveno Tadej Pogačar dopo una rimonta storia a La Planche des Belles Filles. Abbiamo assistito ad un’edizione della Grande Boucle che difficilmente potrà essere dimenticata e che, con ogni probabilità, segnerà un “prima” ed un “dopo”. Tralasciando le varie riflessioni relative alla particolarità del percorso e alla calendarizzazione forzata, è necessario analizzare le differenze tra il vincitore del Tour 2020 ed Egan Bernal, trionfatore nel 2019, che è uscito da grande sconfitto quest’anno. Le loro carte d’identità parlano chiaro: il futuro delle grandi corse a tappe di tre settimane sarà una questione a due. Ma cos’hanno in comune Pogačar e Bernal? E in cosa si differenziano?

Le carriere in breve

Innanzitutto, gli ultimi due vincitori del Tour sono pressoché coetanei: Egan Bernal è un classe ’97 mentre Tadej Pogačar è del ’98. La loro esperienza nei grandi Giri non può che essere poca, ma i risultati sono di assoluto prestigio. Il colombiano del Team Ineos Grenadiers ha partecipato a tre Tour de France concludendo al 15° posto nel 2018, vincendo l’edizione del 2019 e ritirandosi nel 2020. Dopo l’exploit dell’anno scorso, il team britannico ha deciso di puntare tutto sul giovane sudamericano che però ha dimostrato una scarsa condizione e una maturità sportiva ancora non raggiunta. Prendersi sulle spalle una squadra così ambiziosa e così importante nella storia recente del ciclismo non era compito facile e quest’anno Egan Bernal ha palesemente deluso le aspettative. Discorso diverso per Pogačar che ha preso il via a due grandi Giri chiudendo entrambe le volte sul podio: terzo alla Vuelta 2019 e primo al Tour 2020

Pur essendo di un anno più giovane, lo sloveno ha messo in mostra una migliore maturità, seppur non da veterano (il “ventaglio” della prima settimana ne è la prova). Pogačar, più passano i mesi e più sembra maggiormente duttile rispetto a Bernal, essendo in grado di competere in tutte le corse a tappe a cui prende parte, con le differenti caratteristiche intrinseche che portano con sé. Egan Bernal, invece, continua ad essere considerato un “uomo da Tour” e forse qualche riflessione diversa in casa Ineos andrebbe fatta. Chiariamo: portare Bernal a questa Grande Boucle è stata una scelta corretta ex ante viste le molte salite dalla seconda settimana in poi e una sola cronometro ibrida che non avrebbe dovuto condizionare molto la classifica del colombiano. Tuttavia, considerando L’ inesperienza di Egan Bernal dettata dall’età, portare in squadra un Geraint Thomas non sarebbe stata una scelta sbagliata, anzi. Encomiabile il lavoro di Richard Carapaz che, probabilmente, nel ruolo di co-capitano e non di primo gregario avrebbe potuto conquistare una top 10.

egan bernal

Le caratteristiche

Da un punto di vista tecnico i due giovani campioni hanno caratteristiche molto differenti tra di loro. Egan Bernal è il classico scalatore puro sudamericano, non dissimile dai vari Nairo Quintana o Miguel Angel Lopez, seppur con un potenziale maggiore rispetto ai suoi connazionali. Per la classe in salita possiamo paragonarlo all’Andy Schleck dei giorni migliori. In cosa pecca il capitano del Team Ineos? Nelle prove contro il tempo, come d’altronde buona parte degli scalatori puri. Quest’anno Bernal non è arrivato a disputare la cronoscalata a La Planche, quindi il metro di paragone più attendibile è quello del Tour 2019. Nella tredicesima frazione della Grande Boucle vinta proprio dal colombiano, da Pau a Pau (cronometro di 27,2 km), Bernal è arrivato fuori dai primi dieci, a oltre un minuto e mezzo dal suo compagno di squadra Geraint Thomas e dal vincitore della tappa Julian Alaphilippe. Per quanto riguarda le doti in discesa il giudizio resta sospeso, visto che in quelle poche occasioni in cui l’abbiamo visto è sempre stato guidato dalla corazzata Ineos. 

Completamente diverso Tadej Pogačar. Lo sloveno è senza dubbio più “indisciplinato” e meno metodico del colombiano ma d’altronde non può fare altrimenti. Egan Bernal nel 2019 ha vinto il Tour grazie ad una squadra passata alla storia come una delle più forti di sempre e soprattutto estremamente scientifica nei tempi, un po’ come la Jumbo-Visma di quest’anno (che però si è fatta beffare proprio da “Taddeo”). Sulle pendenze oltre il 15% Pogačar spesso è andato in difficoltà, mantenendo la ruota di Roglič a fatica, si veda l’arrivo sul Col de la Loze. Per contro, il capitano della UAE si è dimostrato più forte del previsto proprio a cronometro. Aveva già vinto il titolo nazionale nella prova contro il tempo, ma un dominio tale da spazzare via uno specialista come Tom Dumoulin in pochi se l’aspettavano. Se Bernal l’abbiamo forzatamente paragonato a Schleck, Pogačar può essere visto come un Contador della situazione, ovviamente meno dotato in salita del Pistolero, ma di assoluto valore a cronometro. 

Il ruolo della squadra

In questo Tour abbiamo capito che la squadra conta, tanto, ma alla fine può sempre succedere di tutto. Tadej Pogačar ha vinto senza squadra. Primoz Roglič ha perso con una vera e propria corazzata. Ma tornando ai due giovani, questa Grande Boucle ha fatto capire una cosa che forse sotto sotto in molti già temevano: lo sloveno può vincere senza necessariamente fare affidamento su un parterre di gregari alla Sepp Kuss e George Bennett, mentre Egan Bernal resta ancora molto vincolato al suo team. Detta in modo molto semplice: per ora, il colombiano non può vincere senza una squadra di livello. Se l’anno scorso Egan Bernal avesse corso con l’attuale Team UAE probabilmente a Parigi non avrebbe alzato le braccia al cielo. Chris Froome lascerà gli Ineos a fine stagione, Geraint Thomas è un ciclista di assoluto valore ma attualmente non in grado di vincere una corsa a tappe di tre settimane. Quali saranno le prossime mosse in casa Ineos-Grenadiers? E soprattutto, chi avrà il palmarès più ricco tra i due giovani campioni tra dieci anni?

Egan Benal

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