Era dal 2010 che l’Ungheria mancava dalla geografia del grande calcio continentale. È l’anno ricordato per il Triplete dell’Inter, ma che ha anche un’importanza per la storia del calcio ungherese, perché è l’ultimo in cui una squadra del Paese magiaro ha giocato la Champions League, affrontando tra l’altro per ben due volte la Fiorentina e dando vita a due gare spettacolari e piene di gol, vinte rispettivamente per 4-3 e 5-2 dai viola. Ora, però, è arrivato il momento di aggiornare gli almanacchi, perché dieci anni dopo il Debrecen toccherà al Ferencvaros di Rebrov rappresentare l’Ungheria nel principale torneo continentale.

Ferencvaros

Il nome di Serhij Rebrov a molti dirà poco, ma i più attenti ricorderanno qualcosa di lui: era il partner d’attacco di Andrij Shevchenko nella Dinamo Kiev del colonnello Lobanowski, quella che attirò l’attenzione del Milan sul futuro Pallone d’oro 2003. Una squadra che a suo modo ha segnato la storia della Champions, con un calcio atleticamente e tecnicamente superiore alla media e capace di arrivare fino alla semifinale nella stagione 1998-99, eliminata dal Bayern Monaco sconfitto poi in finale dal Manchester United nella folle serata del Camp Nou, quella del ribaltone nei minuti di recupero. Una Dinamo Kiev guidata dal genio di Lobanowski e da una super coppia d’attacco, visto che lo stesso Rebrov era un centravanti niente male, attaccante da 93 gol in 189 gare con la squadra ucraina. E che, a questo punto, si candida a diventare un grande nome della panchina, avendo portato ai gironi di Champions questa outsider capace di eliminare, prima dei norvegesi del Molde, anche squadre abituate a certi palcoscenici come Dinamo Zagabria e Celtic.

Ferencvaros

Pensi al calcio ungherese ed è impossibile non pensare alla grande nazionale ungherese del 1954, insieme all’Olanda di Rinus Michels la più forte nazionale della storia a non aver mai vinto un Mondiale. La prima a giocare qualcosa di simile al calcio totale proposto poi dall’Arancia meccanica, il cosiddetto “sistema”, un calcio dinamico che non prevedeva ruoli statici, in un’epoca in cui i ritmi non erano assolutamente quelli forsennati del calcio contemporaneo. Una squadra che passeggiò finò alla finale di Berna, raggiunta dopo aver rifilato un 9-0 alla Corea del Sud, un 8-3 alla forte Germania Ovest e un doppio 4-2 al Brasile (campione quattro anni dopo) e all’Uruguay campione in carica. Dominio e spettacolo contro avversarie di livello assoluto, al punto da far dire a Vittorio Pozzo che quello dei magiari era lo spettacolo più bello mai visto su un campo da calcio, vanificato poi nella drammatica finale persa 3-2 contro la Germania Ovest, squadra che nel girone era stata asfaltata sotto ben otto reti.

La selezione guidata da Gusztav Sebes si affidava al blocco della grande Honved, la squadra del mitico Ferenc Puskas, e tra le tante cose si caratterizzava per un motivo: è la prima squadra di sempre a giocare con il cosiddetto falso nueve, più di 50 anni prima del Barcellona di Guardiola. Disponendo di due interni prolifici come Puskas e Kocsis e per la quale, successivamente all’infortunio del bomber Deak, Sebes decise di affidarsi a un centravanti di manovra come Nandor Hidegkuti, più che un centravanti uno straordinario regista offensivo, togliendo ogni punto di riferimento agli avversari e rendendo quel tridente praticamente immarcabile.

Da Puskas a Uzuni, dalla Grande Ungheria al Ferencvaros, il paragone sarà senz’altro ingeneroso e probabilmente la squadra di Rebrov sarà la cenerentola della competizione, ma il ritorno dei magiari farà sicuramente brillare gli occhi ai romantici del calcio.

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