La stagione NBA più duratura di sempre sta finalmente volgendo al termine. Al tempo della stesura dell’articolo si stanno disputando le Finals, con i Los Angeles Lakers in vantaggio per 2-1 sui Miami Heat. Le rimanenti 28 squadre se le stanno godendo dal divano di casa; per una di queste, la più recente ad essere fuori dai giochi, l’impulso di spegnere la televisione deve essere difficile da resistere. Al posto degli Heat sulla carta dovevano presenziare i Boston Celtics, alla terza finale di Conference in quattro anni ma con altrettante eliminazioni subite. Un roster che negli ultimi tempi si è dimostrato compatto, di talento e pronto a giocarsi il titolo, ma che quando è arrivato il momento clou si è spesso disunito, facendosi scappare l’occasione. La domanda sorge spontanea: cosa manca alla squadra di Stevens per raggiungere l’obiettivo finale?

Celtics

Il 2020 ha visto l’esplosione definitiva di Jayson Tatum e Jaylen Brown, che si sono guadagnati la custodia delle chiavi della squadra grazie alle loro prestazioni stellari. Il primo, dopo una prima parte di stagione arrembante, ha cambiato esponenzialmente rotta in seguito alla nomina di All Star a fine gennaio e la mano calda non si è mai estinta nemmeno di fronte alla pressione dei Playoff. Il secondo ha invece dimostrato di meritarsi ogni centesimo della lucrosa estensione di contratto a inizio stagione e si è adattato perfettamente al ruolo di secondo violino. Alla fine l’arsenale offensivo e difensivo di Fire and Ice (il soprannome del duo) non si è rivelato abbastanza per raggiungere le Finals. Ma ricordiamo che i ragazzi hanno rispettivamente 22 e 23 anni, con la maggior parte della loro carriera ancora davanti. Spaventoso.

Celtics

Il resto del core è costituito da Marcus Smart, Kemba Walker e Gordon Hayward. Smart ha abbracciato un’altra volta il ruolo dell’anima della squadra: inamovibile in difesa, grinta a tratti disarmante e giganteschi miglioramenti nel tiro da tre. Probabilmente l’unico intoccabile insieme a Tatum e Brown nel roster di Boston. Lo stesso discorso non si può riciclare per i restanti due, martoriati dagli infortuni per l’intero corso dell’annata. Soprattutto Walker si è visto estremamente condizionato dall’operazione al ginocchio e la sua produzione ai Playoff è calata di conseguenza. Per Hayward invece il soggiorno a Boston ha portato in dono più malanni che gioie: distorsione alla caviglia nel primo appuntamento contro i Sixers, ritorno per gara 3 della serie contro Miami dove è apparso appassito e in difficoltà fisica. Su di lui grava un contratto troppo pesante per il valore attuale del giocatore: in vista un cambio di domicilio?

Tuttavia la maggior preoccupazione per i Celtics è sempre stata considerata la poco proficua rotazione dei centri. Daniel Theis è stato inserito nel quintetto titolare, un ruolo che forse non gli appartiene data la sua statura (2.03 metri, paga una decina di centimetri rispetto alla media). Per quanto il tedesco abbia nettamente superato le aspettative, soprattutto nella metà campo difensiva, il suo apporto dall’altra parte non è stato sufficiente. A questo Stevens ha tentato di sopperire dando spazio a Enes Kanter. Il turco è dotato stazza e talento offensivo eccelso, ma le eccessive difficoltà difensive lo rendono difficilmente utilizzabile per più di 20 minuti.

Celtics

Chi potrebbe prendersi in futuro più responsabilità sono Robert Williams, pura esplosività e atletismo, e l’omonimo Grant, poca altezza ma immenso cuore. Entrambi si sono però dimostrati molto propensi all’errore: unico rimedio l’esperienza che prima o poi arriverà. Menzione d’onore per il gigante Tacko Fall, amato dal pubblico del TD Garden ma troppo grezzo per ricevere minuti significativi.

Anche l’apporto dalla panchina è stato ridotto rispetto alle altre compagini NBA. 29º posto in punti segnati dalle riserve non può che essere inammissibile per una contender. Smart, Kanter, Wanamaker e Ojeleye sono buoni giocatori, ma per incrementare le chance di anello c’è la necessità di un concreto miglioramento.

Celtics

Per concludere l’overview della stagione dei biancoverdi, bisogna menzionare la mente, il cervello, l’artista che ha tessuto minuziosamente come una ragnatela l’arazzo Celtics, crollando però all’ultimo filo. Il valore di Brad Stevens non è ignoto agli addetti ai lavori: QI cestistico elevatissimo, uscite dal timeout che producono quasi sempre un canestro e condotta calma e impeccabile. Proprio riguardo quest’ultimo punto sono arrivate numerose critiche in seguito alla sconfitta contro gli Heat. Rotazioni discutibili, senza punti fissi, apparente incapacità di fermare il gioco al momento giusto e soprattutto pochissima grinta, che è sempre stato un tratto distintivo degli allenatori da titolo. Insomma, anche l’allenatore presenta qualche lineamento da limare.

Brad Stevens

I tifosi di Boston potrebbero incappare nella trappola dell’eliminazione e reagire esageratamente, sostenendo la necessità di ricostruire da zero la squadra. Per quanto il sapore della sconfitta sia amaro, il futuro della lega si tinge in buona parte di verde. I Celtics si sono presentati come squadra giovane e inesperta e nel finale hanno pagato i pochi anni di esperienza. Danny Ainge è un General Manager più che capace e siamo sicuri che escogiterà le mosse giuste per rendere la sua squadra una vera e propria contender. Dopotutto stiamo parlando della franchigia più vincente di sempre, che si è caratterizzata per il cosiddetto “Celtic pride”. E i Celtics hanno ogni intenzione di onorarlo fino in fondo.

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