Niente al mondo può sostituire la perseveranza. Né il talento; che c’è di più comune degli uomini di talento che non hanno successo? Né il genio; il genio non ricompensato è di fatto un luogo comune. E neanche l’istruzione: il mondo è pieno di cretini istruiti. Soltanto la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti. Così recitava Ray Kroc, interpretato da Michael Keaton in The founder. Tale film racconta, in parole povere, la nascita del colosso del fast food McDonald’s, che dagli anni ’50 in poi è divenuto un simbolo dell’American way of life.

Ormai c’è una discreta disillusione sul sogno americano e la retorica della perseveranza come motore del mondo sembra trita; ma le Finals NBA stanno mettendo in luce un ragazzo che di perseveranza, di determinazione e di fame ne ha da vendere: Jimmy Butler III.

Jimmy Butler

La scalata alla vetta di Jimmy potrebbe essere benissimo la trama di un romanzo. Nato a Houston nel 1989, a soli 13 anni viene cacciato di casa dalla madre e comincia a vagare di divano in divano (quando va bene). Fortunatamente però, pur non essendo un talento di quelli che già in giovane età vengono presentati agli addetti ai lavori, con la palla a spicchi dimostra già una certa confidenza. È proprio quel pallone a regalargli una nuova famiglia: durante un pomeriggio in uno dei playground di Tomball infatti, un certo Jordan Leslie ebbe l’ardire di sfidarlo in una sfida da tre punti. Jimmy vince, ma soprattutto conosce colui grazie al quale proverà finalmente cosa significhi l’affetto famigliare.

La stessa rabbia agonistica che Jimmy impiega per districarsi nella vita di tutti i giorni viene trasportata nel parquet, e si nota fin dalle prime allacciate di scarpe alla Marquette University. Qui comincia a raffinare le doti difensive e di giocatore poliruolo, tanto che, nonostante un fisico nella media, viene anche impiegato da centro. Purtroppo però, la determinazione e la grinta non si vendono bene la notte del draft. passano infatti ben 29 chiamate prima che i Chicago Bulls decidano di spendere l’ultima scelta del primo giro su di lui. Anche in un draft come quello del 2011, con talenti quali Kyrie Irving, Kawhi Leonard, Kemba Walker o Klay Thomposn, si rivela una delle scelte migliori mai fatte.

Jimmy Butler

Nemmeno l’inizio della sua carriera NBA non è quello di un predestinato. La prima stagione in Illinois viene vissuta da comprimario, con minutaggio e statistiche piuttosto basse. Se però sei cresciuto sapendo che ogni minima soddisfazione va conquistata; impari anche a sfruttare la prima buona occasione ti si pari davanti. E così, con l’infortunio dell’ala titolare Luol Deng, Jimmy Butler entra in quintetto. Non uscendone più e diventando una parte fondamentale di quei Bulls che, guidati da Derrick Rose (e da una delle migliori versioni del nostro Marco Belinelli) tornano, dopo il periodo buoi post Jordan, ad essere una contender dell’est.

Allo United Center, specie dopo l’addio di Rose, Jimmy Butler diventa il leader della squadra e si afferma come uno dei migliori difensori della lega, viene eletto Most Improved Player 2015 e convocato alla sua prima All Star week. Ma come un fulmine a ciel sereno, la notte del draft 2017, Chicago manda via il suo top player in cambio di Zach LaVine, Lauri Markkanen e Kris Dunn. Jimmy lascia suo malgrado la città dov’era diventato grande e si accasa ai Minnesota TWolves: giovani, ambiziosi e soprattutto allenati da quel Tom Thibodeau che lo conosce e stima come nessun altro coach.

I lupi sono una squadra giovane ed ambiziosa, che ha in Andrew Wiggins e Karl Anthony Towns i suoi leader. Il ragazzo di Tumball non entra esattamente in punta di piedi nello spogliatoio, ma anzi cerca di imporre la propria mentalità ed etica del lavoro ai compagni. Il rapporto non decolla e nonostante le buone prestazioni in campo la volontà è quella di continuare lontano da Minneapolis. Il rapporto si conclude nel peggiore dei modi: quando nella sconfitta contro Golden State festeggia platealmente coi tifosi avversari.

Ormai i Timberwolves non possono fare altro che scambiarlo: arriva così la chiamata dei Philadelphia 76ers, che cercano un elemento da affiancare a Ben Simmons e Joel Embiid per completare il Process ed avere concrete possibilità di lottare per l’anello. Le cose migliorano: Jimmy alza l’asticella del suo gioco e si intende abbastanza bene con le altre stelle della squadra. Philadelphia arriva ad un centimetro dalle finali di Conference: ci vuole il Buzzer Beater di Kawhi Leonard in gara 7 per mandare a casa i Sixers.

Si arriva dunque alla free agency 2019. È un’estate ricca di talenti liberi e Miami ha la possibilità di firmare almeno un top player. Pat Riley ed Eric Spoelstra capiscono che l’uomo giusto per guidare la rinascita Heat è il prodotto di Marquette. Mai intuizione fu più azzeccata: Jimmy diventa immediatamente leader di una squadra piena di giovani talenti ancora acerbi e la sua etica del lavoro si sposa a meraviglia con l’ossessiva attenzione al dettaglio di coach Spo, che non ci mette molto a mettere le chiavi della squadra in mano all’ex Chicago.

Diversamente da altri ambienti, a South Beach anche i giovani devono dimostrare dedizione ed etica del lavoro, e Jimmy Butler trova finalmente il suo ambiente ideale. Guida una squadra che, nello strano finale di stagione disputato nella bolla di Orlando stupisce tutti e rovescia le gerarchie ad Est, accedendo alle Finals contro i Lakers di LeBron e Davis.

Jimmy Butler

Anche nella bolla Jimmy Butler si distingue. L’unica sua distrazione dal parquet consiste infatti nel vendere e promuovere tra i vari atleti presenti a Disneyworld la propria marca di caffè. Inoltre, a differenza degli altri, non fa entrare nessun famigliare e nemmeno la propria fidanzata per potersi concentrare appieno sulla propria missione. Diventa sempre più uomo squadra avendo anche l’intelligenza di celebrare i compagni ed il proprio coach, stando un passo indietro quando serve.

Si arriva dunque all’ultimo atto di questa interminabile stagione con le finali NBA. Le prime due gare vedono un netto dominio gialloviola e gli infortuni di uomini chiave come Goran Dragic e Bam Adebayo paiono la pietra tombale sulle ambizioni di Miami. Tutti ormai vedono un 4-0 facile, ma Jimmy non è d’accordo. gara 3 è la sua definitiva consacrazione: 40 pti, 13 assist e 11 rimbalzi per ribadire che questo titolo LeBron e company dovranno sudarselo fino all’ultimo. Forse non sarà quest’anno, ma Miami ha trovato il suo uomo e Jimmy Butler ha trovato finalmente il suo ambiente per poter coronare la sua carriera con l’Anello. Anche se, quando ogni singolo traguardo della tua vita hai dovuto sudartelo, puoi già essere considerato un vincente.

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