Il mondo dello snooker e quello del betting sono da molti anni estremamente correlati. Come tutti gli sport di stampo anglosassone, la componente delle scommesse gioca un ruolo importante per tanti appassionati. Il nesso tra betting e snooker però diventa interessante se si utilizza per analizzare i cambi di gerarchie – potenziali – che permeano questa disciplina. Ciò che si osserva è che da circa dieci anni non c’è alcun segnale di ricambio generazionale sostanziale. Senza dubbio ci sono degli exploit degni di nota, che però restano fondamentalmente isolati e non diventano rilevanti in una lettura di medio periodo. Qualche giorno fa è cominciato l’English Open, primo torneo delle Home Nations Series, e gli appassionati sapevano già quali sarebbero stati i favoriti, o per un’alfabetizzazione sportiva elevata o più semplicemente sbirciando le quote su un qualsiasi portale di scommesse. Sono sempre quelli: Ronnie O’Sullivan, Judd Trump, Mark Selby e compagnia. Proviamo a vedere qualche dato a sostegno della teoria del mancato rinnovo ai vertici dello snooker.

La maturità sportiva

Lo snooker è una disciplina che porta i giocatori ad avere delle carriere longeve, potenzialmente ultra-ventennali, ma per buona parte di questi il “periodo d’oro” dura poco e, soprattutto, si raggiunge tardi. Tralasciamo momentaneamente il discorso relativo ai Tre Gemelli (lo affronteremo in seguito) e concentriamoci sugli altri grandi campioni del terzo millennio. Il più vincente negli anni Dieci è stato Mark Selby, vero e proprio dominatore tra il 2013 ed il 2017. L’asso di Leicester è entrato a gamba tesa nell’élite di questo sport nel 2007, quando a soli 24 anni arrivò in finale al Crucible (finale poi persa per 18 a 13 contro John Higgins). Il primo torneo Triple Crown Selby lo conquistò quando ancora non era sulla cresta dell’onda, al Masters 2008 contro Stephen Lee. L’inglese poi riuscì a bissare il titolo due anni dopo, in una finale storica contro Ronnie O’Sullivan, vinta 10 a 9 al decider. In tutto ciò, arrivando al dunque, il primo slam Mark Selby lo vinse a 25 anni ma ci mise ben sei anni per portarsi a casa il suo primo mondiale (di tre)

Discorso simile anche per un altro grande talento dello snooker ossia Neil Robertson (classe ‘82), considerato quasi all’unanimità il più grande giocatore di sempre non britannico. L’australiano, anch’egli appartenente alla ristrettissima cerchia di vincitori della Triple Crown, ha vinto il primo slam nel 2010. In quella finale mondiale conquistata contro Graeme Dott, Robertson aveva già 28 anni e nonostante fosse tra i primi 16 del ranking già da qualche stagione, quella fu la prima vittoria importante della carriera. The Thunder from down under completò poi la Triplice Corona tra il 2011 ed il 2016 con un Masters e due UK Championship. 

Negli anni Dieci, l’unico in grado di vincere da U23 è stato Judd Trump, ma per lui è necessario un discorso un po’ diverso. L’inglese classe ’89 era considerato da molti addetti ai lavori come un possibile crack dello snooker e sotto certi aspetti le previsioni furono corrette. La finale al mondiale del 2011, persa contro John Higgins, aveva esaltato gli appassionati che finalmente potevano vedere un giocatore diverso dagli altri e lontano sia dagli standard del ventennio Davis-Hendry, sia da quelle skills peculiari dei Tre Gemelli. Un gioco che a tratti poteva rievocare l’iconico Alex “Uragano” Higgins, con quella sottospecie di impostazione pot blue unica nel suo genere è una facilità di imbucata sulla lunga distanza da numero 1 della classe. Trump vinse il suo primo titolo importante allo UK Championship 2011 a soli 22 anni. Poi però, la lampadina dell’inglese si spense per qualche stagione. Dopo un biennio 2011-2012 fantastico, nel 2013 non ci fu quel salto di qualità che tutti si aspettavano. Qualche vittoria arrivò, ma senza quella prepotenza mostrata agli esordi. Il vero boom di Judd Trump arrivò tra il 2017 ed il 2018, fino poi al 2019 quando divenne letteralmente imbattibile vincendo anche Masters e mondiale per completare la Corona. C’è chi sostiene che il Judd Trump del 2019/2020 sia stato il giocatore più dominante della storia dello snooker. Ma tornando a noi, la maturità e la definitiva consacrazione quando arrivò? Tra i 29 e i 30 anni, in linea con la curva della carriera di Mark Selby.

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La generazione dei ’90

Se consideriamo i giocatori nati negli anni Novanta possiamo osservare nella quasi totalità dei casi una difficile affermazione ai vertici dello snooker. L’unico vero talento di quella decade è Kyren Wilson (classe ’91). Finalista allo scorso campionato mondiale, l’inglese sembra aver raggiunto la maturità sportiva necessaria per arrivare ad un titolo Triple Crown. Tra i coetanei di Wilson c’è Jack Lisowski. In giovane età l’inglese sembrava destinato a diventare un big della disciplina ma alla soglia dei trent’anni non è ancora riuscito a vincere un torneo full ranking. L’ultimo ’91 che si è messo in mostra recentemente è lo scozzese Anthony McGill, reduce dalla semifinale iridata persa in modo rocambolesco proprio contro Wilson. Per il nativo di Glasgow sono arrivati solo titoli minori, ma la completezza e la tenacia potrebbero giocare un ruolo decisivo nella carriera di McGill nel futuro prossimo. Più giovane ma con una carriera pressoché simile a Lisowski e McGill è il belga Luca Brecel, classe ’95, da anni, capace di arrivare fino all’undicesima posizione del ranking ma ormai relegato fuori dai 30.

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I Tre Gemelli

Chi starà leggendo questo articolo troverà questo preambolo inutile, ma risulta doveroso per “i più”. I Tre Gemelli sono i tre giocatori che dalla metà degli anni Novanta hanno maggiormente dominato in questo sport. Gemelli banalmente perché sono nati nello stesso anno, il 1975. I tre fenomeni sono: Ronnie O’Sullivan (inglese), considerato da molti il miglior giocatore di sempre; John Higgins (scozzese), l’alter ego di The Rocket; e Mark Williams (gallese). Insieme hanno vinto 13 titoli mondiali e 36 slam, con un vantaggio netto su tutti i fronti del gemello inglese. Dal loro ingresso a gamba tesa nel mondo dello snooker, nel bel mezzo dell’era Hendry, i Tre Gemelli hanno riscritto i libri dei record, lasciando poco o nulla alle generazioni seguenti

Se pensiamo alla questione età che abbiamo spiegato prima, con loro è successo l’esatto contrario. Il primo dei tre a vincere il mondiale è stato Higgins nel 1998, a 23 anni ancora da compiere. Ad oltre un ventennio da quello storico successo del Wizard of Wishaw nessuno è riuscito a vincere al Crucible alla sua età. C’è andato vicino Shaun Murphy nel 2005, vincendo il mondiale a 23 anni, già compiuti però. Se si parla di precocità e longevità però non si può non citare Ronnie O’Sullivan, il campione del mondo in carica. The Rocket ha vinto il suo primo torneo della Triplice Corona allo UK Championship del 1993, a due settimane dal suo diciottesimo compleanno. Dal ’93 nessuno ha più vinto da così giovane, anche se nel 2005 un giovanissimo Ding Junhui conquistò per la prima volta il Campionato del Regno Unito a 18 anni e sette mesi. Inoltre, Ronnie O’Sullivan è l’unico giocatore ad aver vinto due titoli della Triple Crown prima dei 20 anni (UK 1993 e Masters 1995).

Per quanto riguarda Mark Williams il discorso è un po’ diverso. Gli altri due gemelli hanno avuto una carriera lunga, con alti e bassi ma sempre ad altissimi livelli. Il gallese invece è stato il dominatore del lustro a cavallo tra i due millenni, ma poi non è più riuscito ad affermarsi con continuità. Il suo apice della carriera l’ha raggiunto tra i 23 e i 27 anni, per poi tornare in vetta al mondo nel 2018, vincendo il terzo mondiale a distanza di quindici anni dal secondo.

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Chi ci sarà dopo i Gemelli?

Da anni gli appassionati si domandano quali saranno gli eredi dei Tre Gemelli. Tuttavia, bisogna in primis considerare un fattore: loro non sembrano intenzionati a lasciare… Per quanto le carte d’identità non siano più dalla loro parte stiamo comunque parlando del campione del mondo in carica e vincitore di quattro slam dal 2017 ad oggi (Ronnie); di un fuoriclasse che nelle ultime quattro edizioni del mondiale è arrivato per tre volte in finale (Higgins); e di un talento cristallino che solo due anni fa ha trionfato al Crucible. Quindi, pensiamoci… ma giusto per curiosità. Quando O’Sullivan, Higgins e Williams lasceranno il tavolo da biliardo, i fuoriclasse dei primi anni Ottanta non saranno più di primo pelo. Neil Robertson tra quattro mesi compirà 39 anni; Mark Selby è un ’83 e a giugno andrà per i 38, sicuramente avrà come minimo un altro lustro ai vertici e sarà sempre un uomo da temere, però ipotizziamo che il meglio l’abbia dato. Ci si può aspettare l’exploit di Mark Allen? Sì, ma anche no. O meglio, l’esplosione del nordirlandese è un topic su cui si parla da anni, eppure non si è ancora verificata. Non prenderemo in esame Judd Trump, giocatore che a mio avviso è l’unico in grado di caricarsi il circuito sulle spalle e di cui abbiamo già parlato in un articolo ad hoc.

Leggi anche: Snooker: sarà il decennio di Judd Trump?

Stiamo assistendo ad una generazione di giocatori che, al di fuori dei super campioni, pecca di grandi talenti o è una questione relativa all’estrema e crescente competizione e competitività in questa disciplina? Ha davvero senso aspettarsi l’affermazione dei giovani cinesi come Yan Bingtao, Zhou Yelong, ecc.? Nel frattempo godiamoci i Trump, i Selby, i Tre Gemelli, perché un’epoca così ricca di talenti difficilmente la rivedremo.

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