La numero 9 e la numero 10. In qualsiasi angolo del mondo e per qualsiasi generazione sono senza dubbio questi due i numeri più iconici della storia del calcio. La maglia del bomber e quella del giocatore creativo, quello con la fantasia capace di illuminare il gioco. Poi, negli anni, è arrivata la 14 di Johan Cruijff, giocatore totale difficilmente collocabile in un ruolo specifico e nell’era del calcio globale è arrivata la “liberalizzazione” dei numeri, nel senso che si è smesso di limitare la scelta dal numero 1 al numero 11, concedendo a ogni calciatore la possibilità di scegliere un numero qualsiasi. Eppure, tutt’oggi il mito della 9 e della 10 rimane inalterato. C’è solo un posto nel mondo in cui esiste un numero il cui mito supera quello delle due maglie più iconiche. Quel posto è Old Trafford, il teatro dei sogni, lo stadio della Manchester rossa. A quelle latitudini il mito è un altro: la maglia numero 7 del Manchester United. Numero anonimo in altri angoli del mondo calcistico, spesso destinato al cosiddetto esterno fluidificante, emblema di sacrificio e dedizione al servizio della squadra.

A Old Trafford la maglia numero 7 è sinonimo di magia, è la maglia più pesante che esista nel calcio inglese e non solo. Tutto comincia quando nel 1967 un talentuoso ragazzo nordirlandese che tifava Wolverhampton arrivò alla corte del mitico Matt Busby, storico allenatore dei Red Devils: il suo nome era George Best, e in quel cognome conteneva la sintesi di ciò che era sul rettangolo verde. Il primo esempio di icona a 360 gradi, mito dentro e fuori dal campo, tra prodezze ed eccessi che l’hanno reso una sorta di calciatore-rockstar, tra donne e un’attrazione per i vizi che gli costerà cara, ma che non condizionava il suo genio sul campo: 137 reti in 361 presenze con lo United, due Premier, due Coppe d’Inghilterra, una coppa campioni e il pallone d’oro 1968.

Maglia numero 7 del Manchester United

Un mito che è rimasto unico e solo, finché la 7 non ne ha incrociato un altro nel 1992: un francese tutto estro e imprevedibilità che arrivava dal Leeds. Eric Cantona non ha scritto pagine leggendarie come quelle lasciate da Best, ma nel cuore dei tifosi United degli anni ’90 non è di certo meno importante. Nessuna affermazione europea per lui, ma ben cinque campionati vinti in sei stagioni (più quello conquistato con il Leeds l’anno precedente l’arrivo a Manchester). Per non parlare del personaggio fuori dal campo: intelligenza rara, rifiuto della banalità, conduttore televisivo, persino attore, sia al cinema che in diversi spot televisivi, un arresto per una rissa in un pub di Londra, ma soprattutto chi dimentica il colpo da kung fu al tifoso del Crystal Palace il 25 gennaio del 1995?

Icona dentro e fuori dal campo è stato anche David Beckham, molto più glamour e molto meno irregolare di Best e Cantona. Inglese, cresciuto direttamente nella Academy dei Red Devils, coccolato e spesso paternalmente torchiato dal suo mentore Alex Ferguson, per tutte queste ragioni Becks è stato il vero figlio di casa United. Esterno destro con un piede di educazione rara, capace di traiettorie telecomandate, di punizioni millimetriche e di cross al bacio, con il gallese Ryan Giggs sull’altro versante negli anni ’90 ha tormentato gli incubi degli esterni di difesa di tutta Europa. Meno talento puro dei predecessori in campo, ma non meno personaggio fuori, ma in un modo completamente diverso: educato e sempre impeccabile in allenamento, fuori è stato una vera icona di stile, riconosciuto come uno degli uomini più belli dell’epoca, inappuntabile nell’abbigliamento, sposato con una Spice Girl e conteso praticamente da tutte le case di moda.

Maglia numero 7 del Manchester United

L’ultimo vero mito della 7 United è Cristiano Ronaldo, il ragazzo fortemente voluto da Ferguson dopo che in un’amichevole contro lo Sporting Lisbona aveva fatto impazzire O’Shea fino a costringere Ferguson a sostituirlo. A Manchester Cristiano diventerà, non ha caso, CR7, legando indissolubilmente quel numero al suo nome. Arriva a Old Trafford come un diamante grezzo, funambolo spesso immarcabile ma troppo innamorato del suo talento e poco incisivo sotto porta. Sotto le mani del grande allenatore scozzese divenne una macchina perfetta ammirata poi anche a Madrid e nella Torino bianconera: talento al servizio dell’efficacia, un bagaglio di più di 700 gol in carriera e un palmares infinito impreziosito da ben cinque palloni d’oro.

Dopo Cristiano, e in coincidenza con l’addio di Ferguson e del declino dello United dell’ultimo decennio, il mito della 7 è diventato più simile a una maledizione. Ci hanno provato in tanti, senza successo: dalla meteora Owen ad Antonio Valencia, che poi è rimasto a lungo, ma che a un certo punto si è reso conto da solo di quale sacrilegio avesse commesso pensandosi all’altezza di quel numero. Persino talenti del calibro di Angel Di Maria e Alexis Sanchez non sono riusciti più a rendere giustizia al mito della 7. Oggi ci prova Edinson Cavani, con la garra tipica di chi arriva dall’Uruguay e con la caparbietà e il carattere che lo contraddistinguono. Basterà a rinverdire il mito della mitica 7?

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